Lonnie Donegan: il Re dello Skiffle.

Ogni re indossa la sua corona, così nella vita così come nella Musica, e proprio nella Musica di esempi ne abbiamo parecchi.
Basti pensare ad Elvis che è stato il Re del Rock ‘N’ Roll, al triumvirato dei tre Re del Blues che sono B.B. King, Freddie King e Albert King, e Lonnie Donegan più di ogni altro è stato il maggiore esponente delle Skiffle diffondendolo nel Regno Unito a suon di canzoni.
Anthony James Donegano nasce a Glasgow il ventinove aprile del 1932, figlio d’arte in quanto il padre di origini scozzesi suonava nella Scottish National Orchestra mentre la madre era di origini irlandesi.
Da bambino si dedica agli ascolti dello Swing e del Jazz, innamorandosi della chitarra Blues e Country tra i suoi ascolti preferiti vi sono il cantante compositore Josh White e il compositore Frank Crumit.
Si compra una chitarra all’età di quattordici anni ed inizia i suoi studi musicali, le sue capacitò di strumentista lo portarono già verso la fine degli anni quaranta a frequentare vai jazz club di Londra.
La sua prima frequenza presso una vera band avviene con quella di Chris Barber, futuro organizzatore dei tour inglesi dei Bluemen Big Bill Bronzy ma soprattutto di quello di Muddy Waters, a Barber era giunto all’orecchio delle capacità di Donegan come suonatore di banjo, ma a doverla dire tutta Lonnie non era ancora in grado di suonar il banjo e la sua assunzione nella band di Barber avvenne più in virtù delle sue qualità da sviluppare ed alla sua personalità che per virtù tecniche sullo strumento.
Barber non si era sbagliato e Donnie divenne un eccellente suonatore di banjo oltre che di chitarra, la sua permanenza all’interno della jazz band si protrasse fino all’obbligo del servizio di leva che svolse a Southampton, ma anche in questo periodo il suo talento lo porto a suonare come batterista per la Ken Grinyer’s Wolverines Jazz Band presso un pub locale.
In onore a Lonnie Johnson, Donegan cambio il suo nome, apri pee Lonnie Johsnon alla Royal Albert Hall nel 1952 con i suoi Tony Donegan Jazzband.
Nel 1954 Chris Barber chiede a Ken Colyer noto trombettista di ricoprire questo ruolo nella sua band, Colyer era appena uscito di galera per problemi riguardanti l’immigrazione, accettò di buon grado e rinominarono il gruppo in Ken Colyer’s Jazzmen
Mentre era nei Kenmen di Jazz Colyer con Chris Barber, Donegan cantava e suonava la chitarra e il banjo, iniziò a suonare con altri due membri della band durante gli intervalli, questi intervalli verranno nominati ” skiffle break”, nome suggerito dal fratello di Ken Colyer, Bill.
Donegan suonava canzoni folk e blues di artisti come Lead Belly e Woody Guthrie, questa pausa divenne popolare all’epoca tanto che decise di registraere “Rock Island Line” brano di Leadbelly, a cui seguì anche la creazione di un album completo intitolato “An Englishman Sings American Folk Songs”.
Pubblicato in America sull’etichetta Mercury nei primi anni ’60, questo fù il primo disco inglese a raggiungere la Top Ten negli Stati Uniti, il disco rimarrà un catalizzatore per moltissimi futuri artisti di questo stile e del rock.
Dopo aver lasciato la band di Barber esce con Il suo prossimo singolo tramite la Decca, intitolato “Diggin ‘My Potatoes” fu registrato in un concerto alla Royal Festival Hall il 30 ottobre 1954, la sua collaborazione però con la casa discografica durò relativamente poco e venne abbandonato dall’etichetta
Nel giro di un mese fu agli Abbey Road Studios di Londra a registrare per l’etichetta EMI, ed il suo nuovo singolo Il suo prossimo singolo “Lost John” raggiunse la posizione 2 nella UK Singles Chart.
Donegan ha continuato a sfornare successi come “Cumberland Gap” e “Does Your Chewing Gum Lose Its Flavour” ed il seguente “My Old Man’s a Dustman” non fu ben accolto dai fan della skiffle in America ma raggiunse posizione numero uno nel Regno Unito.
La sua influenza nella scena musicale inglese fù evidente, come esempio prendiamo il primo progetto che è stato il precursore dei Beatles aveva il nome di The Quarry Men e fù fondato nel 1956 da Lennon.
Originariamente composto da Lennon e diversi compagni di scuola, i Quarry Men hanno preso il loro nome da una frase nella canzone della loro scuola, la Quarry Bank High School.
Originariamente chiamanta Blackjack con questo nome non hanno mai fatto nessuna esibizione pubblica, invece come the Querry Men il gruppo suonò a feste, balli scolastici, cinema e gare di skiffle amatoriali prima che Paul McCartney si unisse nell’ottobre del 1957, il resto poi c’è la storia dei Beatles che molti sicuramente già conosceranno.
Donegan ha continuato a scalare le classifiche britanniche fino al 1962, prima di soccombere ai Beatles e alla nascita della Beat Music.
La sua carriera come artista entro in una fase di declino, ma si tenne attivo grazie alla sua attività di produttore musicale, si riunì anche a Barber per un tour di revival dello skiffle in Germania.
Lonnie Donegan morirà il tre novembre del 1992 a causa di problemi cardiaci, da sempre nel corso della sua vita ha avuto questi problemi il suo primo attacco di cuore avvenne nel 1976, il suo retaggio è stato omaggiato nel corso degli anni da svariati artisti della scena mondiale quali ad esempio Mark Knopfler e Brian May.

C’era una volta lo skiffle.

La Musica ha la capacità di unire le persone come non mai, anche nelle situazioni più disagiate quali ad esempio quella di essere uno dei tanti braccianti o dei vari scaricatori di porti inglesi che cercava di passare la faticosa giornata riducendone la pesantezza attraverso dei canti durante il giorno, da questo si può notare la similitudine dei braccianti bianchi con la manovalanza nera sfruttata nei campi di cotone nel sud degli Stati Uniti.
La somiglianza finisce qui anche perché, i braccianti avevano a differenza degli afromaericani la capacità piena di tutti i diritti sociali e delle condizioni sociopolitiche che questi ultimi otterranno negli anni solo attraverso dure batttaglie.
Lo Skiffle comunque nasce negli States nei campi di cotone verso gli anni venti, come il Blues rappresenta lo struggente lamento dei lavoratori agricoli dei campi di cotone, questo musica viene acquisita come propria anche dagli scaricatori di porto inglesi, tra i suoi suonatori questi il nome del suo maggior esponenente è quello di Lonnie Donegan.
Lo skiffle era originariamente suonato con strumenti fatti in casa, o con attrezzi casalinghi usati per fare musica, proprio come in un jug band potevano benissimo ritrovare pentole, brocche, assi per lavare, o figure quali il “tea-chest bass” un rudimentale basso formato da una cesta per portare il tè ed un manico di scopa per tastiera, altro strumento della famiglia dei bidofoni a cui associamo anche il wash-tube bass delle varie jug band di Memphis.
L’evolversi dello stile musicale e la sua successiva notorietà nel tempo vide introdurre i classici strumenti quale le chitarre e ovviamente le percussioni, in modo da dare maggiore espressività ad i suoi interpreti ma senza dimenticare il messaggio di base che questo genere musicale proponeva.
L’etimologia della parola Skiffle deriva da “to make a Skiffle”, espressione coniata nello slang americano che intendeva significare l’atto che di colui che riusciva a fare un disastro di un’attività commerciale o di un affare.
La scena jazz del dopoguerra in Gran Bretagna vide un allontanamento dalla musica swing delle Big Band che avevano spopolato prima e durante il secondo conflitto bellico mondiale.
Le tendenze culturali tendono a cambiare a seguito di una guerra, questo perché le persone vogliono iniziare una nuova vita lasciandosi dietro di sé l’orrore, le difficoltà patite in guerra.
Con le Big Band mandate fuori dai gusti e dalle preferenze delle persone, i gruppi più piccoli iniziarono a riempire quello spazio che una volta era di dominio pubblico delle grandi band o orchestre.
Tra queste band emerse durante gli anni ’50 vi era quella del Jazzmen Ken Colyer, una band jazz di stampo tradizionale al cui interno vi era un suonatore di banjo e polistrumentista che avrebbe scritto la storia di questo stile nella Gran Bretagna, il suo nome era quello di Anthony James “Lonnie” Donegan.
Parte della bellezza di questa musica era che non richiedeva strumenti costosi né un alto livello di musicalità, risultava divertente, ballabile e soprattutto era un qualcosa di nuovo che serviva a recidere i tempi passati della guerra e il ricordo di tutto il dolore che questa aveva portato.

Tim Drummond.

Timothy Lee Drummond nasce a Canton in Illinois il 20 aprile del 1940,  nella sua carriera di bassista lo ha visto collaborare con moltissimi artisti ed in particolare modo con James Brown, Bob Dylan, Neil Young ed Eric Clapton.

Drummond arriva a collaborare con James Brown quando era in una band di Cincinnati chiamata “The Dapps”, in quel periodo Brown si avvalse si una band di bianchi dell’Ohio per registrare “I Can’t Stand Myself”, questa collaborazione si interromperà dopo che Tim contrasse l’epatite in Vietnam e sarà sostituito da Charles “Sweet” Sherrel.

Finito il suo periodo con James Brown si sposta a Nashville dove parteciperà al capolavoro di Neil Young “Harvest” del 1972 e la loro collaborazione durerà fino al 1980 quando uscirà  l’album “Hawks & Doves”, dopo questo periodo con l’artista canadese arriverà a lavorare con Bob Dylan.

Insieme al cantautore lavorerà a quella che è conosciuta come la “Gospel Trilogy” ovvero i dischi “Slow Train Coming”, lo stesso album “Saved” e “Shot of Love”, nell’album “Saved” è anche coautore della title track dell’album.

La sua carriera come session man durerà quasi cinquanta anni, collaborerà anche a “Harvest Moon” del 1992 seguito dell’album del 1972 di Neil Young, nella sua lunga carriera collaborerà con artisti quali Crosby & Nash, Crosby, Stills, Nash & Young, Ry Cooder, J. J. Cale, Mother Earth, Lonnie Mack, Miles Davis, B.B. King, Joe Cocker, Albert Collins, Joe Henry, Jewel, Essra Mohawk.

Morirà all’età di 74 a St.Louis nel Missouri.

Bob Stroger & Mr Jones Band Live in Buenos Aires 2010.

Continuiamo a parlare di bassisti che cantano il Blues, sono un rarità già in altri generi musicali figuriamoci nel Blues, forse non è altro che una fissa mia visto che primo  io sono stonato come una campana rotta in due e secondo già faccio una fatica bestia  a suonarlo il Blues..e se mi riuscisse bene almeno quello mi accontenterei.

Scherzi a parte parliamo di uno dei bassisti Blues più “storici”, classe 1930 gente e ancora con tanta voglia di salire sul palco un vero Bluesman, devo dire che ho sempre faticato a trovare informazione sui suoi dischi e potete capire la mia sorpresa nel scoprire l’esistenza di questo live su Amazon.

Bob Stroger & Mr Jones Band Live in Buenos Aires 2010 è il titolo del disco che trovato su Amazon, per me questo bassista è una leggenda vivente del Blues, è l’equivalente di Buddy Guy per la chitarra riportato al basso, una sorta d guida vacante per ogni persona che voglia fare uno shuffle con il ns strumento a quattro corde tra le mani.

Uscito originariamente nel 2010 viene ristampato nel Dicembre del 2018 dalla MJ Group, il live contiene cover di canzoni quali “Blind Man Blues”, “Let the Good Time Roll”, “Sweet Home Chicago”, “Key o The Highway” e pezzi dai dischi di Bob Stroger quali “Bob di Back in Town”.

Contento di aver potuto avere un’altro live di Bob Stroger oltre a “In The House – Live At Lucerne – Vol.1” vi consiglio come sempre l’ascolto.

 

 

 

The Streets of Blues. – Antonio Ciuci.

La mia ricerca di libri che parlano di Blues non ha mai una fine, passo le ore alla ricerca di chi ha voglia di scrivere sul Blues e la sua storia, la sua cultura, la sua musicalità.

Nel mio cercare sono capitato sul sito dell’editore self-publishing Youcanprint, e sono arrivato a scoprire questo “The Streets Of Blues” scritto da Antonio Ciuci musicologo laureato in in Musicologia ad indirizzo Musicologico e in Discipline Storiche, Critiche e Analitiche della Musica presso il Conservatorio di Musica “ G. Martucci ”di Salerno con votazione 110/110 come indicato sul blog personale dell’autore.

Il libro uscito nel 2017 conta 184 pagine ed un percorso che parte dalle origini del Blues fino alle sue influenze sulla storia culturale americana e sulla scena musicale mondiale, la cosa che mi affascina e che molti sono disposti a pubblicare libri sul Blues anche tramite il self-publishing.

Sono curioso di acquistare questo libro perché non ho mai letto nulla pubblicato dall’editore Youcanprint, intanto inserisco 25sul sito della Youcanprint.

 

 

 

 

Willie Kent ‎– Make Room For The Blues.

Nel 1998 tramite la Delmark  Records esce l’album solista di Willie Kent “Make Room For The Blues”.

Da sempre uno dei miei bassisti preferiti perché come pochi suona il basso e canta il Blues esce sul mercato discografico in quell’anno in cui io iniziavo a sentire i mie amati Iron Maiden, mi ci vorranno più anni sulle spalle perché lo possa conoscere ma per apprezzarlo mi ci è voluto davvero un solo ascolto.

Devo dire che forse non è il mio preferito ma di sicuro è un’album che risento sempre volentieri con l’orecchio teso a cercare di farmi entrare nella testa e nelle mani un minimo  del suo groove…con scarsissimi risultati purtroppo per me…ma almeno posso ascoltare il suo Blues.

Voce, Basso – Willie KentBatteria – James Carter
Piano – Ken Saydak (tracks: 4, 9)
Guitar – Billy Flynn (tracce: 2, 3, 4, 5, 8, 9, 11), Jake Dawson (tracce: 1, 6, 7, 10, 12, 13)
Guitar Willie Davis (2) (tracks: 1)
Piano – Kenny Barker
Sax – Hank Ford (tracks: 2, 4, 10)
Tromba – Kenny Anderson (2) (tracks: 2, 4, 10)

E’ sempre ora di fare spazio per un pò di Blues e io spero che quello di questo disco vi piaccia.

 

 

 

 

Big “Mojo” Elem: Mojo Boogie.

Nel 1997 tramite la MCM Blues Records in cd la ristampa dell’unico album solista di Big “Mojo” Elem pubblicato nel 1978 dalla Storyville Records.

Robert Elem non ha mai forse creduto nella musica come molti altri artisti, infatti non ha mai abbandonato il suo lavoro per dedicarsi completamente alla carriera di musicista, di certo non per mancanza di qualità artistiche o canore.

Nella sua carriera di turnista per molti artisti e arrivato comunque all’uscita di questo disco solista che io ho sempre trovato interessante e che vale la pena ascoltare, la formazione della band nel disco è la seguente:

Voce, basso: Robert “Big Mojo” Elem.
Slide guitar, cori: Erik Trauner
Chitarra: Markus Toyfl
Harmonica, cori: Christian Dozzler
Piano: Dani Gugolzx
Batteria: Timothy Taylor.

Ho sempre adorato questo disco, e mi dispiace per la carriera di questo bassista/cantante morto all’età di 69, che ha comunque avuto la fortuna di avere un giovanissimo Freddie King nella sua prima band.

 

 

Rise of a Texas Bluesman: Stevie Ray Vaughan 1954-1983.

Questa è una di quelle cose belle nelle quali ti capita di imbatterti per caso, infatti ascoltando su Youtube un’esibizione live di Stevie Ray Vaughan mi è capitato di trovare il link di questo documentario che ripercorre i percorsi della vita e artistici del troppo prematuramente scomparso Bluesman Texano.

Questo favoloso documentario, che ho apprezzato al pari di quello su Eric Clapton “Life in Twelve Bars”, ripercorre, rivela e analizza gli anni formativi della carriera di Stevie Ray Vaughan, dalle  sue influenze musicali ma fungendo anche come documentario sulla storia stessa del Blues Texano stesso e definendo il posto di questo chitarrista eccezionale  all’interno di questa più ampia tradizione.

Come qualsiasi documentario che tale si può chiamare sono presenti filmati di repertorio, interviste esclusive e una miriade di altre caratteristiche che insieme ricostituiscono la carriera di un’eccellente ed innovativo  chitarrista sparito tragicamente la notte del 27 agosto 1990.

Nel documentario come è giusto che sia vengono anche riportati oltre al talento e alla sua bravura tecnica, anche gli aspetti scuri della sua vita quelli relativi all’abuso di alcol e droghe che anche se suona ormai come un cliché ormai vissuto nel mondo degli artisti, è sempre giusto ricordare questo periodo nella vita di una persona ma sopratutto come uno riesce a superare tutto questo.

Il mio grande dispiacere é che ho scoperto tardi questo artista, una parte di me invidia quelli che l’hanno potuto ascoltare al Pistoia Blues, ma a quei tempi ero un quindicenne metallaro innamorato pazzo degli Iron Maiden e forse non vi era posto per poterlo conoscere, oggi passati i quaranta anni sono sempre lo stesso fan Maideniano convinto ma alla stessa stregua amo il Blues, peccato vuol dire che doveva andare così e potrò apprezzare questo artista solo attraverso la sua Musica nei dischi o i libri a lui dedicati.

Due ore e mezzo per capire al meglio la figura di Stevie Ray Vaughan e fare un viaggio nella vita di un chitarrista che sicuramente avrà influenzato molteplici artisti con la sua arte, il documentario è acquistabile in formato dvd sui siti quali Amazon, Ebay o anche IBs per il mero costo di neanche 16€ sinceramente ne consiglio l’acquisto a tutti.

The Black Keys: Chulahoma – the songs of Junior Kimbrough.

Le stranezze della vita ti mettono davanti certe volte delle novità cheti capitano così come un fulmine a ciel sereno, questa volta per fortuna mi hanno fatto conoscere nel mio percorso educativo verso il Blues l’artista chiamato Junior Kimbrough attraverso un disco tributo del duo rock The Black Keys.

Nelle orecchie di chi segue un pò la Musica internazionale forse “The Lonely Boy” dall’album “El camino” potrà esservi arrivata, ma la venuta conoscenza di questo album dedicato a Junior Kimbrogough attraverso loro mi conferma sempre più che non ci potrebbe essere stato nulla della Musica Rock moderna senza il Blues, ma il fatto più strano è che questa illuminazione arriva da un mio amico che un giorno mi dice “lo conosci  Junior Kimbrough? è un Bluesman..”.

Dopo aver strabuzzato gli occhi incredulo davanti a tale persona che ho cercato per anni di plagiare musicalmente con i dischi di Steve Ray Vaughan, Albert King e tanto Chicago Blues, fino ad arrivare a  stressarlo al punto che se avesse sentito ancora uno shuffle avrebbe fatto come il protagonista di Arancia Meccanica in fondo al film ovvero si sarebbe buttato dalla finestra……ma se era anni che mi prendeva in giro per il Blues..

Cioè ti chiedi come è capitato tutto questo…la risposta arriva da questo album dei The Black Keys che omaggiano questo Bluesman che ho potuto scoprire grazie a questo disco, un lavoro fatto veramente bene da un gran gruppo per chi ama il Rock, commovente l’ultima traccia un messaggio telefonico della moglie che apprezza il lavoro effettuato dai due artisti elogiando il loro stile affermando che sono gli unici a suonare nella stesso modo con cui lo faceva Junior Kimbrough.

Veramente un bel disco..

 

T-Model Ford: Pee Wee get my gun.

Adoro i mercatini dell’usato spesso li frequento con un mio caro amico alla ricerca di qualcosa di nuovo da scoprire e sentire, così mentre il mio amico appassionato di vinile rovista tra i vari dischi io mi sposto nella bancarella accanto che vende non solo vinili, ma anche i cd ed è cosa assai gradita per me sopratutto quando dai questa bancarella emerge un titolo come quest’album di T-Model Ford.

La copertina è assai d’impatto in questo disco che prodotto dalla Fat Possum Records nel 1997, e mi ha fatto conoscere questo particolare artista dal nome all’anagrafe è James Lewis Carter ford alias t-Model Ford, un bluesman che ha saputo ben mischiare la durezza del Delta Blues a quello di Chicago e dei Juke joints e a mio avviso per un neofita del Blues come il sottoscritto rappresenta un’ascolto davvero interessante e molto gradito.

Quando riesci a prendere dischi così è sempre bello rovistare tra i mercatini..chissà cosa porterà di buono la prossima volta.

 

Fra la Via Aurelia e il Mississippi – Marco di Grazia.

Nella mia costante di ricerca di vedere del Blues stampato su carta questa volta mi sono imbattuto in un nome che conoscevo per altri motivi quello di Marco di Grazia,  i vari “non giovanissimi” nerd informatici e assidui lettori di comics come me ricorderanno quella serie chiamata Area 51 uscita nel 1997 nelle librerie specializzate, e proprio adesso sul web vengo a conoscenza del suo ultimo libro uscito per l’Editore Augh nella collana Tomahawk.

Nato a Pescia classe 1969, l’autore è uno sceneggiatore e autore non solo attivo nel mondo dei fumetti ma ha all’attivo altri romanzi, questo ultimo suo lavoro è incentrato sulla Musica Blues attraverso sei racconti che ovviamente avendo come tema non può non uscire da argomenti quali il Delta, i viaggi i musicisti, le leggende sui patti al Crocicchio del Diavolo, e  anche se devo ancora comprarlo sono già sicuro che mi piaceranno tutti visto che in parte ho apprezzato lo stile dell’autore nel suo precedente libro “L’uomo che custodiva la Musica”.

Ho trovato giusto questo titolo pochi minuti prima, adesso sono già online ad ordinare il libro nei vari siti quali IBS, Libreria Universitaria, La Feltrinelli, queste 176 pagine di racconti sul Blues non potevo farmeli scappare anche perché ora era davvero qualche tempo che non leggevo di Blues e cominciavano i primi sintomi da assuefazione musico/letteraria ed era giusto facessi il pieno nuovamente.

Gli anni passano e i grandi di questa Musica come è naturale nella vita ci lasciano, le recenti scompare si Aretha Franklin e Otis Rush sono e purtroppo non saranno l’ultime, ma sicuramente il retaggio del Blues volente o nolente rimarrà a tutti coloro che come me appartengano a generazioni più recenti, e di certo non mancherà di appassionare anche quelle future..perché del resto è proprio quello che fa la Musica.

Il sito dell’autore per maggiori informazioni

Marco di Grazia.

 

Otis Rush: The King of The Hill is gone.

Sabato 29 Settembre del 2018 all’età di 84 anni si è spento Otis Rush pere complicazioni in seguito all’ictus che lo aveva colpito nel 2003, tra i creatori e ideatori del Wes Sound il suo modo di suonare sarà di ispirazione per   chitarristi non solo del Blues, tra cui ricordare Eric Clapton, Buddy Guy, BB King, Carlos Santana, Mike Bloomfield, Jimmy Page, Billie Joe Armstrong dei Green Day, Stevie Ray Vaughan, e omaggiato da artisti quali Gary Moore, Jimi Hendrix, Johnny Winter e Duane Allman con cui ha anche suonato nel suo disco “Right Place, Wrong Time”.

Nasceva a Philadelphia il 29 Settembre del 1934, uno dei sette figli di una coppia di mezzadri che lo mandava a lavorare nei campi facendogli saltare regolarmente la scuola, ma nel tempo libero si dilettava all’armonica prima che cominciasse da autodidatta i primi rudimenti della chitarra all’età di 8 anni sulla chitarra del fratello Leroy quando era assente da casa,  all’età di appena quindici anni si  trasferisce a Chicago nel 1949, dopo aver visitato una delle sue sorelle là e aver visto dal vivo artisti del calibro di Muddy Waters e Little Walter esibirsi in club South Side decide di dedicarsi alla Musica,  nel mentre lavora nelle varie acciaierie locali, come guardiano nei  recinti per il bestiame e anche come camionista ed  inizia a prendere lezioni di chitarra da un musicista locale tale Reggie Boyd.

Nel 1953 suonando nei club viene scoperto da Willie Dixon che lavorava come Talent Scout per Eli Toscano, proprietario della famosa ma sfortunata etichetta Cobra che finirà in bancarotta causa dei molti debiti di gioco contratti da Toscano, ma tra queste sfortune Otis Rush incide per questa etichetta il suo primo singolo “I can’ t quit you baby” e alcuni tra i suoi successi più noti come “All your love (I miss lovin)” e “Double Trouble” , questa canzone verrà presa da Stevie Ray Vaughan per dare il nome alla sua band come molti sapranno.

Dopo il fallimento della Cobra si sposta alla Chess Records per la quale registra anche la compilation “Doors to Doors” con Albert King altro genio della chitarra con cui condivideva una caratteristica particolare legata al fatto che entrambi erano mancini come molti altri quali Jimi Hendrix, Paul McCartney e Tony Iommi, ma le loro chitarre avevano le corde invertite ovvero il Mi cantino era in alto e il grave era in basso.

Con la sua Epiphone Riviera invertita, lo stetson in testa e un paio di occhiali scuri, nella sua carriera registrerà per etichette come la Delmark, la  Chess e la Duke, nel 1969 arriverà alla Collittion Records una sussidiara dell’Atlantic Records con cui pubblicherà “Mourning in the Morning” considerato da molti il suo primo vero disco…. con Jerry Jemmot al basso, così tanto per farlo sapere a chi lo ignorasse visto che è il blog di un bassista.

Durante gli anni 60/70 si esibisce nei vari tour, è stato un’artista molto spesso non considerato dalle case discografiche un esempio è il suo disco del 1976 “Right Place, Wrong Time” che esce per la Bullfrog, pubblicato cinque dopo che era stato inciso, solamente  quando lo stesso Rush si presenta all’etichetta con il nastro comprato dalla Capitol Records attuale proprietaria e che a suo tempo aveva rifiutato di pubblicarlo, commercialmente si

Si ritirò dal esibirsi alla fine degli anni settanta, anche insoddisfatto dai mancati successi commerciali ma rientrerà nel mercato  negli anni ’80 e, anche se ha registrato solo sporadicamente alcuni album tra cui “Ain’ enough comin’ in” nel 1994 primo album sedici anni dopo l’ultimo, arriverà a vincere un un Grammy Award per il miglior album di  Blues tradizionale con “Any Place I’m going” nel 1999, nello stesso anno viene inserito nella Blues Hall of Fame, la rivista Rolling Stones lo inserirà al n° 53 nella classifica dei chitarristi più influenti di tutti.

Veniva soprannominato King of The Hill e al pari di Magic Sam e Buddy Guy viene considerato tra i creatori del West Side Sound, non ha mai avuto però la stessa  attenzione nazionale e internazionale di altri musicisti Blues perché non era un grande promoter di se stesso, non era molto interessato al mondo del business e per quello che riguardava la Musica era il tipo che usciva e andava a suonare ed una volta finito rimetteva la chitarra nella custodia e rientrava a casa, questo a detta delle parole del suo storico manager Rick Bates.

Nel 2016 al Chicago Blues festival si presente sul palco sulla sedia a rotelle, dove vi era finito nel 2003 a causa di un’ictus, per ricevere l’ultimo omaggio dei fan a un chitarrista che ha condizionato con il suo stile molte generazioni di Bluesman e artisti.

Charles “Sweet” Sherrell.

Charles Emanuel Sherrell nasce a Nashville in Tennessee l’8 Marzo del 1943, è un bassista americano noto per la collaborazione con James Brown.

Inizia a studiare musica a otto anni suonando il trombone a scuola per circa due anni, poi inizierà a prendere lezioni di batteria che dureranno sei anni, come batterista si esibirà insieme a Jimmy Hendrix e Billy Cox al Club Del-Mor-Roca in  Jefferson street a Nashville non molto lontano dall’abitazione di Hendrix.

Penserà di passare al basso elettrico da autodidatta dopo averne comprato uno per circa 69$ in un banco dei pegni, aveva già esperienza come chitarrista in quanto aveva preso lezione da Curtis Mayfield quando con il suo gruppo The Impressions erano in città per registrare, queste lezioni venivano come compenso perché Charles lavava abitualmente la Jaguar di Mayfield.

Il motivo scatenante che portò Sherrell ad imparare il basso è stato l’arrivo di Aretha Franklin in città la quale cercava una band locale per accompagnarla nel suo Tour con Jackie Wilson, la scelta ricade sulla band chiamata Johnny Jones & The King Kasuals Band di cui faceva parte Charles.

Jonny chiese a Charles se sarebbe stato in grado di suonare il basso, così dopo averlo preso dal banco dei pegni e con solo tre settimane davanti riuscì a imparare decentemente a suonare il basso per unirsi al Tour di Aretha Franklin, ma la svolta professionale arriverà nel’Agosto del 1968 quando si unirà a James Brown.

Con James Brown registrerà alcuni dei suoi successi tra cui  “Say It Loud – I’m Black and I’m Proud”, “Mother Popcorn”,  “Give It Up or Turnit a Loose”, rimarrà legato a Brown anche quando formerà i  The J.B.’s e all’etichetta di James Brown la People records con cui uscirà il suo primo disco Sweet Charles: For Sweet People, ma tra e tra le sue collaborazioni possiamo citare anche Al Green e sopratutto Maceo Parker.

Bob Babbitt.

Robert Kreinar, in arte Bob Babbitt è stato un bassista noto per la sua partecipazione nelle file dei The Funk Brothers la session band dell’etichetta Motown di Detroit, e anche della Mother Father Sister Brother la session Band della Philadelphia International Records.

Nasce il 23 Novembre del 1937 a Pittsburgh, Pennsylvania da genitori ungheresi, viene educato allo studio del contrabbasso in giovane età, ma all’età di 15 anni si appassiona della musica R&B e inizia suonare nei vari locali  della città, due anni dopo contratterà l’acquisto del suo primo basso un jazz del 1960  con il suo contrabbasso.

Date le scarse opportunità lavorative a Pittsburgh, nel 1961  si sposta a Detroit dove inizia ad esibirsi nei vari locali e nel contempo entra a far parte della band dei Royaltones, che diverrà la band del chitarrista Del Shannon sia in studio che in Tour.

Durante questi anni la fama di Babbit cresce e viene notato da Ed Wingate il produttore dei Golden World Studios, in questo periodo viene a contatto con molti artist della Motown tra cui James Jamerson , ma anche i tastierista Joe Hunter e Johnny Griffith, il chitarrista Eddie Willis, e il batterista Benny Benjamin, la fama di Bob cresce e in città inizia a girare la voce che oltre a Jamerson ci sia un bianco che ha un groove eccezionale.

Essere parte dello staff di Hitsville era il sogno di ogni musicista di Detroit e Babbitt non faceva eccezione, aveva tentato di entrare nella Motown nel 1965, facendo audizioni per la Supremes road band, ma ne fu tagliato fuori da Ed Wingate, due anni dopo  una seconda opportunità si presentò quando il fondatore della Motown, Berry Gordy, cercò di eliminare tutte le competizioni a Detroit comprando il Golden World.

La presenza di Bob nella Motown veniva occultata dalla figura di James Jamerson, il genio problematico con tutti i suoi problemi di alcolismo, come affermerà Bob era un tipo problematico se avevi a che fare con lui prima o poi era solito incombere in qualche lite anche sul posto di lavoro, non era una persona che portava rancori ma aveva la classica sregolatezza dei geni.

Durant gli anni Bob fatica ma riesce ad essere accettato da tutti i The Funk Brothers diventando parte di questa famiglia musicale, rimarrà legato a Jamerson da una sincera amicizia  e insieme a lui parteciperà a molte sessioni tra cui il capolavoro del 1971 di Marvin Gaye “What’ s going on” suonando in “Mercy, Mercy Me”, “Right On”, “Wholly Holy” and “Inner City Blues”.

Gli anni dal 1970 a 1972 sono un periodo di transizione per l’etichetta di Berry Gordy, e Bob prende in considerazione di spostarsi sulla costa est dietro consiglio del produttore Arif Martin, arriverà a New York nel 1973 insieme ad un’altro artista della Motown il batterista Andrew Smith e i due divengono in poco tempo noti alla scena musicale locale.

New York segnerà una svolta nello stile di Bob, nella Motown ogni volta gli veniva richiesto di replicare lo stile di Chuck Rainey o James Jamerson, qui i produttori espressamente scrivevano la linea di basso oppure davano la possibilità a Babbitt di improvvisare durante il pezzo, il suono stesso richiesto dai produttori aveva un tono più aggressivo rispetto ai toni soft di Detroit.

Bob acquista un precision che si adattava meglio al suono richiesto dai produttori, inizia a provare vari pedali e ad imparare stili diversi in quanto entra in contatto anche con lo stile rock di band del momento quali Who e Aereosmith, dal punto stilistico New York rappresenta forse un salto di qualità che amplia il grande background r&b che era la base dello stile di Bob portandolo a suonare insieme ad artisti quali  Frank Sinatra, Barry Manilow, Gloria Gaynor, Robert Palmer, Alice Cooper e ad incidere forse il suo più grane successo “Midnight Train to Georgia”  con i Gladys Knight & the Pips.

Mentre la metà degli anni ’80 si avvicinava inizia il declino dell’era d’oro del bassista dello studio, mentre altri sono artisti di studio svanivano nei vari ingaggi  nelle date dei tour oppure nell’insegnamento dei club. Babbitt com altri veterani dello studio, scelse di dirigersi verso quello che è diventato l’ultimo rifugio sicuro della vera registrazione dei bassi: Nashville.

Nuova città e nuove esperienze per Bob che non era sconosciuto alla città, aveva già registrato per artisti quali Tracy Nelson e Ahmet Ertegun, non essendo un bassista country Babbitt si adatta allo stile della città registrando vari demo con artisti quali  Louise Mandrell, Carlene Carter, e altri artisti country, ma anche registrando per il mercato della musica Gospel.

Un bassista versatile che in ogni città in cui ha suonato ha saputo adattarsi allo stile musicale e alle richieste che il mercato esigeva, rimarrà noto però per il suo periodo di permanenza nei Funk Brothers della Motown, morirà di cancro al cervello il 16 luglio del 2012 a Nashville.

Bob Babbitt in Ed Rode’s studio.

 

 

 

 

Bernard Odum.

Bernard Odum nasce il 17 Agosto del 1932 a Mobile in Alabama, è stato un bassista statunitense noto per aver suonato nella band di James Brown negli anni 60.

Odum inizia a suonare con James Brown nel 1956 e diviene un membro fisso della band a partire dal 1858, continuerà a lavorare con Brown fino alla fine degli anni 60, è il bassista che suona in alcune delle più famose  hit di successo qulai  “Papa’s Got A Brand New Bag” (1965), “I Got You (I Feel Good)” (1965), and “Cold Sweat” (1967).

Nel 1969 Odum come molti altri della band abbandonano Brown in seguito a varie dispute con l’artista, l’anno dopo si unisce alla band di Maceo Parker , i  Maceo & All the King’s Men suonando nell’album  “Doin’ Their Own Thing”.

Morirà all’età di  72 sempre ad Alabama il 17 Agosto del 2004 a causa di complicazioni ai reni.