Soul Bass: La Musica Soul e i suoi bassisti.

Dopo Blues Bass, che devo dire ci ho preso gusto e allora perché non continuare…ed è ecco Soul Bass.

Sinossi del libro

Una breve introduzione alla Musica Soul qui rappresentata dalla storia delle più significative case discografiche di quel periodo, prime fra tutte  la Motown di Detroit e la Stax Records di Memphis, che hanno portato i nomi di Otis Redding, Aretha Franklin, Wilson Pickett, James Brown, Ray Charles, Sam Cooke, Stevie Wonder e moltissimi altri nei negozi e nelle case di tutto il mondo. Vengono brevemente descritte le vicissitudini della lotta per il conseguimento dei Diritti Civili da parte degli Afroamericani, tutte affiancate e supportate dalle canzoni degli artisti di questo stile musicale, canzoni quali “A Change is Gonna Come” di Sam Cook, “I am Black and Proud” di James Brown, “People Get Ready” di Curtis Mayfield e i suoi The Impressions, ma soprattutto l’inno Gospel “We Shall Overcame” divenuto il simbolo del manifesto per la libertà per gli Afroamericani. Scritto da un bassista amatoriale appassionato di Blues e Musica Nera, che vuole accennare quel periodo essenziale per l’affermazione dei diritti umanitari degli afroamericani, omaggiando la vita dei principali bassisti che con il loro stile hanno accompagnato in studio e sui palchi dei loro concerti la vita artistica dei più grandi artisti Soul.

Soul Bass

 

Get on Up – La storia di James Brown.

Spesso mi domando sulla vera utilità delle vacanze natalizie  ho trovato rispsota nel fatto che a mio avviso servono per rimettersi in pari su tutte quelle cose che non hai mai tempo di fare….ecco una di queste e guardare tutti i film che avrei desiderato sempre guardare.

Questa volta inizio con quello dedicato a “Myster Dynamite”, “The Godfather of Soul”, o più semplicemente conosciuto all’anagrafe come James Brown, il film si intitola proprio “Get on Up – La storia di James Brown” uscito tramitie la Universal Picture nel 2014,  girato dal regista e attore  Tat Taylor.

Nelle vesti del protagonista troviamo Chadwick Boseman, si proprio lui il Pantera Nera dell’Universo Marvel, che nella mia modesta opinione riesce a dare un’idea definita del padrino del Soul, il cast è formato da artisti quali l’immenso Dan Aykroyd, il Lafayette di True Blood Nelsan Ellis nei panni dell’amico fraterno Bobby Bird, Viola Davis nella parte della mamma e Lennie James in quelli del padre, ecc, ecc.

Dall’infanzia nel Sud Carolina all’adolescenza caratterizzata da problemi con la giustizia, fino al successo negli anni sessanta coi Flaming Flames gruppo che abbandonerà quando gli offriranno di puntare sulla carriera solista, al mitico concerto all’Apollo, fino all’arresto nel 1988 in Georgia sotto effetto di droghe e per aver fatto irruzione armato nel suo stesso locale…..e si si ci sono anche le famose multe che fioccavano sui membri della band per qualsiasi errore.

Il film non è  stato molto apprezzato da quello che ho letto, sicuramente l’interpretazione di James Brown a mio avviso è abbastanza veritiera a quella descritta dai libri e dai documentari, avrà penalizzato forse una gestione della timeline e dei vari flashback sulla vita di James? episodi come il rapporto con le mogli maltrattate e soggette ad atti di violenza domestica,e  la morte del figlioTeddy  rilegate ad un unico frame? non sta a me giudicare…a me il film è piaciuto..

Almeno ho potuto vedere un film su James Brown, che come uomo era discutibile ma come artista no! ..uno che ha continuato a fare showbusiness per tutta la sua vita.. e poi nel film nomina anche Bootsy Collins il suo bassista..allora cosa fare di più per rendere felice questo di bassista :).

 

Samantha Fish – Kill or be Kind.

La mancanza di tempo la odio, devo scoprire solo adesso che una dei miei artisti preferiti esce con un nuovo disco e che quest’anno verrà addorottura in tour al Pistoia Blues.

Seguo Samantha Fish dal suo disco d’esordio con la Ruf Records “Girls with Guitar” nel 2011, una scoperta avvenuta su Youtube ascoltando la sua “Runaways” e “Bitch on the Run” e devo dire che sono rimasto impressionato  dallo stile di questa chitarrista e dalle sue performances nei video su Youtube.

Questo album esce dopo l’uscita dei suoi “Chills and Fever” and “Belle of The West” rispettivamente il quarto e quinto album della sua discografia in studio, quest’album il primo uscito con la casa discografica della Rounder attiva sul mercato da più di oltre quaranta anni e viene prodotto da Scott Billington e Stuart Reynolds ai Royal Memphis Studios di Memphis.

Devo dire che i precedenti dischi mi piacevano, anche se le mie preferenze si indirizzavano più verso “Black Wind Howlin'” e “Wild Heart” sono sempre rimasto soddisfatto dei supi album, questo non farà eccezione già dai primi ascolto e sopratutto l’opener “Bulletproff” dove ritorna a suonare la cigarbox

Qui il link alla pagina di Samantha Fish sul sito dell Rounder.

Samantha Fish

 

 

Il Diavolo suona il Blues. Enrico Cetta.

Il Blues è pieno di storie, aneddoti e leggende, e la più conosciuta da tutti nel mondo del Blues o della Musica in generale è quella del chitarrista Robert Johnson e del sul patto con il Diavolo avvenuto la notte a Clarksdale dove la Highway 49 e la Highway 61 si incontrano.

Sulla basi di questa parte il racconto di Enrico Cetta e del suo libro “Il Diavolo suona il Blues” uscito per Scatole Parlanti, romanzo breve e avvincente che ripercorre il viaggio del protagonista Eric che recentemente scopre di essere segnato da un tumore incurabile al cervello per arrivare al Robert Johnson Festival, e del suo compagno di viaggio lo strano Mike che lo accompagna durante questa sua meta da raggiungere.

L’autore  è nato a Faenza nel 1979, batterista, appassionato di cultura americana e musica rock , oltre quest’opera ha pubblicato  “Election Day” (2015) ,  “L’occhio del demone” (nel 2016), “L’ombra crudele del passato (2017), mentre nel 2018 vince con il racconto “1965” il concorso  “Andiamo in Ucronia!”, “Il Diavolo suona il Blues” è il suo primo romanzo con Scatole Parlanti uscito nello stesso anno.

Il libro mi è piaciuto molto, scritto da un musicista che sa quel che scrive, gli aneddoti e le descrizioni della chitarra del protagonista si capisce che sono farina di chi la Musica e il mondo che la circonda lo conosce, un gran bel libro per una lettura veloce e appassionante.

Consigliato a chi ama il Blues e i racconti intorno al Blues, 94 pagine e 12 euro spesi bene.

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Tim Drummond.

Timothy Lee Drummond nasce a Canton in Illinois il 20 aprile del 1940,  nella sua carriera di bassista lo ha visto collaborare con moltissimi artisti ed in particolare modo con James Brown, Bob Dylan, Neil Young ed Eric Clapton.

Drummond arriva a collaborare con James Brown quando era in una band di Cincinnati chiamata “The Dapps”, in quel periodo Brown si avvalse si una band di bianchi dell’Ohio per registrare “I Can’t Stand Myself”, questa collaborazione si interromperà dopo che Tim contrasse l’epatite in Vietnam e sarà sostituito da Charles “Sweet” Sherrel.

Finito il suo periodo con James Brown si sposta a Nashville dove parteciperà al capolavoro di Neil Young “Harvest” del 1972 e la loro collaborazione durerà fino al 1980 quando uscirà  l’album “Hawks & Doves”, dopo questo periodo con l’artista canadese arriverà a lavorare con Bob Dylan.

Insieme al cantautore lavorerà a quella che è conosciuta come la “Gospel Trilogy” ovvero i dischi “Slow Train Coming”, lo stesso album “Saved” e “Shot of Love”, nell’album “Saved” è anche coautore della title track dell’album.

La sua carriera come session man durerà quasi cinquanta anni, collaborerà anche a “Harvest Moon” del 1992 seguito dell’album del 1972 di Neil Young, nella sua lunga carriera collaborerà con artisti quali Crosby & Nash, Crosby, Stills, Nash & Young, Ry Cooder, J. J. Cale, Mother Earth, Lonnie Mack, Miles Davis, B.B. King, Joe Cocker, Albert Collins, Joe Henry, Jewel, Essra Mohawk.

Morirà all’età di 74 a St.Louis nel Missouri.

Bob Stroger & Mr Jones Band Live in Buenos Aires 2010.

Continuiamo a parlare di bassisti che cantano il Blues, sono un rarità già in altri generi musicali figuriamoci nel Blues, forse non è altro che una fissa mia visto che primo  io sono stonato come una campana rotta in due e secondo già faccio una fatica bestia  a suonarlo il Blues..e se mi riuscisse bene almeno quello mi accontenterei.

Scherzi a parte parliamo di uno dei bassisti Blues più “storici”, classe 1930 gente e ancora con tanta voglia di salire sul palco un vero Bluesman, devo dire che ho sempre faticato a trovare informazione sui suoi dischi e potete capire la mia sorpresa nel scoprire l’esistenza di questo live su Amazon.

Bob Stroger & Mr Jones Band Live in Buenos Aires 2010 è il titolo del disco che trovato su Amazon, per me questo bassista è una leggenda vivente del Blues, è l’equivalente di Buddy Guy per la chitarra riportato al basso, una sorta d guida vacante per ogni persona che voglia fare uno shuffle con il ns strumento a quattro corde tra le mani.

Uscito originariamente nel 2010 viene ristampato nel Dicembre del 2018 dalla MJ Group, il live contiene cover di canzoni quali “Blind Man Blues”, “Let the Good Time Roll”, “Sweet Home Chicago”, “Key o The Highway” e pezzi dai dischi di Bob Stroger quali “Bob di Back in Town”.

Contento di aver potuto avere un’altro live di Bob Stroger oltre a “In The House – Live At Lucerne – Vol.1” vi consiglio come sempre l’ascolto.

 

 

 

The Streets of Blues. – Antonio Ciuci.

La mia ricerca di libri che parlano di Blues non ha mai una fine, passo le ore alla ricerca di chi ha voglia di scrivere sul Blues e la sua storia, la sua cultura, la sua musicalità.

Nel mio cercare sono capitato sul sito dell’editore self-publishing Youcanprint, e sono arrivato a scoprire questo “The Streets Of Blues” scritto da Antonio Ciuci musicologo laureato in in Musicologia ad indirizzo Musicologico e in Discipline Storiche, Critiche e Analitiche della Musica presso il Conservatorio di Musica “ G. Martucci ”di Salerno con votazione 110/110 come indicato sul blog personale dell’autore.

Il libro uscito nel 2017 conta 184 pagine ed un percorso che parte dalle origini del Blues fino alle sue influenze sulla storia culturale americana e sulla scena musicale mondiale, la cosa che mi affascina e che molti sono disposti a pubblicare libri sul Blues anche tramite il self-publishing.

Sono curioso di acquistare questo libro perché non ho mai letto nulla pubblicato dall’editore Youcanprint, intanto inserisco 25sul sito della Youcanprint.

 

 

 

 

Willie Kent ‎– Make Room For The Blues.

Nel 1998 tramite la Delmark  Records esce l’album solista di Willie Kent “Make Room For The Blues”.

Da sempre uno dei miei bassisti preferiti perché come pochi suona il basso e canta il Blues esce sul mercato discografico in quell’anno in cui io iniziavo a sentire i mie amati Iron Maiden, mi ci vorranno più anni sulle spalle perché lo possa conoscere ma per apprezzarlo mi ci è voluto davvero un solo ascolto.

Devo dire che forse non è il mio preferito ma di sicuro è un’album che risento sempre volentieri con l’orecchio teso a cercare di farmi entrare nella testa e nelle mani un minimo  del suo groove…con scarsissimi risultati purtroppo per me…ma almeno posso ascoltare il suo Blues.

Voce, Basso – Willie KentBatteria – James Carter
Piano – Ken Saydak (tracks: 4, 9)
Guitar – Billy Flynn (tracce: 2, 3, 4, 5, 8, 9, 11), Jake Dawson (tracce: 1, 6, 7, 10, 12, 13)
Guitar Willie Davis (2) (tracks: 1)
Piano – Kenny Barker
Sax – Hank Ford (tracks: 2, 4, 10)
Tromba – Kenny Anderson (2) (tracks: 2, 4, 10)

E’ sempre ora di fare spazio per un pò di Blues e io spero che quello di questo disco vi piaccia.

 

 

 

 

Big “Mojo” Elem: Mojo Boogie.

Nel 1997 tramite la MCM Blues Records in cd la ristampa dell’unico album solista di Big “Mojo” Elem pubblicato nel 1978 dalla Storyville Records.

Robert Elem non ha mai forse creduto nella musica come molti altri artisti, infatti non ha mai abbandonato il suo lavoro per dedicarsi completamente alla carriera di musicista, di certo non per mancanza di qualità artistiche o canore.

Nella sua carriera di turnista per molti artisti e arrivato comunque all’uscita di questo disco solista che io ho sempre trovato interessante e che vale la pena ascoltare, la formazione della band nel disco è la seguente:

Voce, basso: Robert “Big Mojo” Elem.
Slide guitar, cori: Erik Trauner
Chitarra: Markus Toyfl
Harmonica, cori: Christian Dozzler
Piano: Dani Gugolzx
Batteria: Timothy Taylor.

Ho sempre adorato questo disco, e mi dispiace per la carriera di questo bassista/cantante morto all’età di 69, che ha comunque avuto la fortuna di avere un giovanissimo Freddie King nella sua prima band.

 

 

The Black Keys: Chulahoma – the songs of Junior Kimbrough.

Le stranezze della vita ti mettono davanti certe volte delle novità cheti capitano così come un fulmine a ciel sereno, questa volta per fortuna mi hanno fatto conoscere nel mio percorso educativo verso il Blues l’artista chiamato Junior Kimbrough attraverso un disco tributo del duo rock The Black Keys.

Nelle orecchie di chi segue un pò la Musica internazionale forse “The Lonely Boy” dall’album “El camino” potrà esservi arrivata, ma la venuta conoscenza di questo album dedicato a Junior Kimbrogough attraverso loro mi conferma sempre più che non ci potrebbe essere stato nulla della Musica Rock moderna senza il Blues, ma il fatto più strano è che questa illuminazione arriva da un mio amico che un giorno mi dice “lo conosci  Junior Kimbrough? è un Bluesman..”.

Dopo aver strabuzzato gli occhi incredulo davanti a tale persona che ho cercato per anni di plagiare musicalmente con i dischi di Steve Ray Vaughan, Albert King e tanto Chicago Blues, fino ad arrivare a  stressarlo al punto che se avesse sentito ancora uno shuffle avrebbe fatto come il protagonista di Arancia Meccanica in fondo al film ovvero si sarebbe buttato dalla finestra……ma se era anni che mi prendeva in giro per il Blues..

Cioè ti chiedi come è capitato tutto questo…la risposta arriva da questo album dei The Black Keys che omaggiano questo Bluesman che ho potuto scoprire grazie a questo disco, un lavoro fatto veramente bene da un gran gruppo per chi ama il Rock, commovente l’ultima traccia un messaggio telefonico della moglie che apprezza il lavoro effettuato dai due artisti elogiando il loro stile affermando che sono gli unici a suonare nella stesso modo con cui lo faceva Junior Kimbrough.

Veramente un bel disco..

 

Kinga Gluk.

Kinga Gluk giovane bassista di origine polacca è cresciuta insieme alla Musica  e all’età di soli 12 anni ha il suo primo concerto come professionista entrando  a far parte del Gluk PIK Trio con il padre Irek e il fratello Patrick alla batteria, a discapito della sua giovane età come musicista ha all’attivo ben oltre 100 concerti e vantando collaborazioni com molti musicisti della scena Jazz/Bues in Polonia tra cui menzionare i seguenti Robinson Jnr, Bernard Maseli, Ruth Waldron, Natalia Niemen, Jorgos Skolias, Apostolis Anthimos, Leszek Winder, Paweł Tomaszewski, Grzegorz Kopolka, Joachim Mencel, Arek Skolik, Mateusz Otremba (Mate.o), Marek Dykta, aPiotr Wyleżoł.

Sono arrivato a conoscere quest giovane e talentuosa bassista rimanendo colpito dalla sua esecuzione di Tears in Heaven di Eric Clapton su Youtube, ennesimo video che ribadisce a mio avviso il concetto che uno strumento lo possono suonare tutti per divertimento, ma il talento è un qualcosa con cui si nasce è quello non si può replicare.

E’ di talento che parliamo in questa giovane ragazza che ad oggi ha all’attivo ben tre dischi pubblicati con la GAD Records, “Rejestracja” (2014), ‘Happy Birthday – Live’ (2016) e la sua ultima creazione Dream (2017), nei suoi arrangiamenti di canzoni quali “Gotta Serve Somebody” di Bob Dylan, o “Donna Lee” di Charlie Parker o la stessa versione di Tears in Heaven.

Questa ragazza per affinità mi ha ricordato Tal Wilkenfeld sul palco del Crossroad Festival del 2007 che suona con Jeff Beck  “Cause we ended up as lovers” in uno dei solo al basso più belli che abbia mai sentito a mio avviso, ma più che altro mi ricorda di come la Musica può appassionare nel tempo generazioni diverse e con Kinga e il Blues ne abbiamo un’altro lampante esempio.

Il sito ufficiale di Kinga Gluck è raggiungibile qui.

Qui invece la sua versione di Tears in Heaven.

 

Fra la Via Aurelia e il Mississippi – Marco di Grazia.

Nella mia costante di ricerca di vedere del Blues stampato su carta questa volta mi sono imbattuto in un nome che conoscevo per altri motivi quello di Marco di Grazia,  i vari “non giovanissimi” nerd informatici e assidui lettori di comics come me ricorderanno quella serie chiamata Area 51 uscita nel 1997 nelle librerie specializzate, e proprio adesso sul web vengo a conoscenza del suo ultimo libro uscito per l’Editore Augh nella collana Tomahawk.

Nato a Pescia classe 1969, l’autore è uno sceneggiatore e autore non solo attivo nel mondo dei fumetti ma ha all’attivo altri romanzi, questo ultimo suo lavoro è incentrato sulla Musica Blues attraverso sei racconti che ovviamente avendo come tema non può non uscire da argomenti quali il Delta, i viaggi i musicisti, le leggende sui patti al Crocicchio del Diavolo, e  anche se devo ancora comprarlo sono già sicuro che mi piaceranno tutti visto che in parte ho apprezzato lo stile dell’autore nel suo precedente libro “L’uomo che custodiva la Musica”.

Ho trovato giusto questo titolo pochi minuti prima, adesso sono già online ad ordinare il libro nei vari siti quali IBS, Libreria Universitaria, La Feltrinelli, queste 176 pagine di racconti sul Blues non potevo farmeli scappare anche perché ora era davvero qualche tempo che non leggevo di Blues e cominciavano i primi sintomi da assuefazione musico/letteraria ed era giusto facessi il pieno nuovamente.

Gli anni passano e i grandi di questa Musica come è naturale nella vita ci lasciano, le recenti scompare si Aretha Franklin e Otis Rush sono e purtroppo non saranno l’ultime, ma sicuramente il retaggio del Blues volente o nolente rimarrà a tutti coloro che come me appartengano a generazioni più recenti, e di certo non mancherà di appassionare anche quelle future..perché del resto è proprio quello che fa la Musica.

Il sito dell’autore per maggiori informazioni

Marco di Grazia.

 

Otis Rush: The King of The Hill is gone.

Sabato 29 Settembre del 2018 all’età di 84 anni si è spento Otis Rush pere complicazioni in seguito all’ictus che lo aveva colpito nel 2003, tra i creatori e ideatori del Wes Sound il suo modo di suonare sarà di ispirazione per   chitarristi non solo del Blues, tra cui ricordare Eric Clapton, Buddy Guy, BB King, Carlos Santana, Mike Bloomfield, Jimmy Page, Billie Joe Armstrong dei Green Day, Stevie Ray Vaughan, e omaggiato da artisti quali Gary Moore, Jimi Hendrix, Johnny Winter e Duane Allman con cui ha anche suonato nel suo disco “Right Place, Wrong Time”.

Nasceva a Philadelphia il 29 Settembre del 1934, uno dei sette figli di una coppia di mezzadri che lo mandava a lavorare nei campi facendogli saltare regolarmente la scuola, ma nel tempo libero si dilettava all’armonica prima che cominciasse da autodidatta i primi rudimenti della chitarra all’età di 8 anni sulla chitarra del fratello Leroy quando era assente da casa,  all’età di appena quindici anni si  trasferisce a Chicago nel 1949, dopo aver visitato una delle sue sorelle là e aver visto dal vivo artisti del calibro di Muddy Waters e Little Walter esibirsi in club South Side decide di dedicarsi alla Musica,  nel mentre lavora nelle varie acciaierie locali, come guardiano nei  recinti per il bestiame e anche come camionista ed  inizia a prendere lezioni di chitarra da un musicista locale tale Reggie Boyd.

Nel 1953 suonando nei club viene scoperto da Willie Dixon che lavorava come Talent Scout per Eli Toscano, proprietario della famosa ma sfortunata etichetta Cobra che finirà in bancarotta causa dei molti debiti di gioco contratti da Toscano, ma tra queste sfortune Otis Rush incide per questa etichetta il suo primo singolo “I can’ t quit you baby” e alcuni tra i suoi successi più noti come “All your love (I miss lovin)” e “Double Trouble” , questa canzone verrà presa da Stevie Ray Vaughan per dare il nome alla sua band come molti sapranno.

Dopo il fallimento della Cobra si sposta alla Chess Records per la quale registra anche la compilation “Doors to Doors” con Albert King altro genio della chitarra con cui condivideva una caratteristica particolare legata al fatto che entrambi erano mancini come molti altri quali Jimi Hendrix, Paul McCartney e Tony Iommi, ma le loro chitarre avevano le corde invertite ovvero il Mi cantino era in alto e il grave era in basso.

Con la sua Epiphone Riviera invertita, lo stetson in testa e un paio di occhiali scuri, nella sua carriera registrerà per etichette come la Delmark, la  Chess e la Duke, nel 1969 arriverà alla Collittion Records una sussidiara dell’Atlantic Records con cui pubblicherà “Mourning in the Morning” considerato da molti il suo primo vero disco…. con Jerry Jemmot al basso, così tanto per farlo sapere a chi lo ignorasse visto che è il blog di un bassista.

Durante gli anni 60/70 si esibisce nei vari tour, è stato un’artista molto spesso non considerato dalle case discografiche un esempio è il suo disco del 1976 “Right Place, Wrong Time” che esce per la Bullfrog, pubblicato cinque dopo che era stato inciso, solamente  quando lo stesso Rush si presenta all’etichetta con il nastro comprato dalla Capitol Records attuale proprietaria e che a suo tempo aveva rifiutato di pubblicarlo, commercialmente si

Si ritirò dal esibirsi alla fine degli anni settanta, anche insoddisfatto dai mancati successi commerciali ma rientrerà nel mercato  negli anni ’80 e, anche se ha registrato solo sporadicamente alcuni album tra cui “Ain’ enough comin’ in” nel 1994 primo album sedici anni dopo l’ultimo, arriverà a vincere un un Grammy Award per il miglior album di  Blues tradizionale con “Any Place I’m going” nel 1999, nello stesso anno viene inserito nella Blues Hall of Fame, la rivista Rolling Stones lo inserirà al n° 53 nella classifica dei chitarristi più influenti di tutti.

Veniva soprannominato King of The Hill e al pari di Magic Sam e Buddy Guy viene considerato tra i creatori del West Side Sound, non ha mai avuto però la stessa  attenzione nazionale e internazionale di altri musicisti Blues perché non era un grande promoter di se stesso, non era molto interessato al mondo del business e per quello che riguardava la Musica era il tipo che usciva e andava a suonare ed una volta finito rimetteva la chitarra nella custodia e rientrava a casa, questo a detta delle parole del suo storico manager Rick Bates.

Nel 2016 al Chicago Blues festival si presente sul palco sulla sedia a rotelle, dove vi era finito nel 2003 a causa di un’ictus, per ricevere l’ultimo omaggio dei fan a un chitarrista che ha condizionato con il suo stile molte generazioni di Bluesman e artisti.

Nick Charles.

Charles ha suonato con alcuni degli artisti più riconoscibili nel pantheon musicale del Blues, tra i quali rammentiamo i ben noti Muddy Waters, Howling Wolf, Magic Sam, Earl Hooker, Buddy Guy e Son Seals.
Durante la sua esistenza solidamente borghese, Charles non avrebbe mai potuto immaginare quando era un povero giovane che raccoglieva cotone a Vicksburg, nel Mississippi.che suonare il basso lo avrebbe ad esibirsi in tournée intorno all’ Europa, Asia e Africa in una carriera che è durata ben cinquant’anni.
Charles è stato attratto dalla musica e si è dimostrato naturalmente portato, ha preso per la prima volta un basso verso i 15 anni e ha iniziato a imparare a suonare ad orecchio, osservando i movimenti della mano di un amico che è stato il suo primo insegnante.
Venne poi notato una volta da Eddie Shaw che l’invito a suonare nella sua band, ma per quanto vibrante fosse la scena musicale di Vicksburg, il passo logico successivo per Charles era dirigersi verso nord per suonare nei club migliori.
Eddie Shaw l’invito a spostarsi a Chicago, ma fu dietro l’insistenza di Howlin’ Wolf che nel 1962 decise di spostarsi nella città del vento, lo stesso Wolf gli regala il suo primo basso e amplificatore, una volta deciso all’inizio era ospite presso Eddie Shaw mentre si guadagnava da vivere nei clubs.
Le differenze climatiche erano un problema per Nick il quale non riusciva ad abituarsi, fino al 1964 anno in cui rimase in pianta stabile e iniziò la sua carriera professionale che lo porterà a suonare con anche con B.B. King, Buddy Guy, Tina Turner, Muddy Waters e i Rolling Stones, e come bassista dei Sons Of Blues di Billy Branch.
Morirà il dopo aver perso la sua lotta contro il cancro il 2l luglio del 2014.

Ascolti consigliati:

Johnny Dollar: My Soul is Blue.
Etichetta: Isabell Records.
Uscita: 1980.

Buddy Guy: Breaking Out.
Etichetta: JSP Records.
Uscita: 1980.

Motown. Il sound della giovane America. Adam White.

Adam White, nato a Bristol in Inghilterra amante della Musica Soul sin dai tempi in cui suonava la batteria per la band chiamata Atlantic Rollers al Bamboo Club, da ragazzo lavoro presso un negozio di dischi per il quale gestisce una lista gli ordini via posta per i clienti che voglio acquistare i dischi della Motown.

Lavora poi come freelance per le riviste New Musical Express e Melody Maker, ma  nel 1978 si sposta a New York per unirsi a Billboard per ricoprire il suolo di caporedattore e redattore capo.

Nel 1983, ha scritto The Motown Story: The First Twenty-Five Years, una retrospettiva sugli album più identificativi della label,  questo libro riceverà una nomina per i  Grammy, la storia viene affiancata da personaggi Smokey Robinson e Lionel Richie, tra i molti artisti, autori di canzoni, musicisti che Adam ha intervistato vi sono Al Bell, Ahmet Ertegun, Marvin Gaye, Berry Gordy, Andre Harrell, Olanda / Dozier / Olanda, Michael Jackson, Jay Lasker, Arif Mardin, Curtis Mayfield, Lionel Richie, Smokey Robinson, Nile Rodgers, Diana Ross, Henry Stone, Earl Van Dyke, Jerry Wexler, Maurice White e Stevie Wonder.

Le sue pubblicazioni appaiono su riviste quali Rolling Stone, The New York Post, Black Echoes, Radio & Records, The Independent and The Times,  e tra i suoi lavori riguardo alla Musica Nera possiamo citare il suo  The Billboard Book Of Number One Rhythm & Blues scritto insieme al giornalista Fred Bronson.

Questo suo Motown. Il sound della giovane America scritto con Barney Ales ex vicepresidente della Motown, è un viaggio scritto e illustrato nell’epopa muiscale che la mitica casa di Detroit riuscì a creare durante gli anni 60/70/80 portando sul mercato nomi quali The Temptantions, Jackson 5, Stevie Wonder, Marvin Gaye, Diana Ross e tantissimi altri.

Queste 400 pagine con copertina rigida pubblicate dall’editore Ippocampo, attraverso anche  il materiale fotografico ci porterà alla scoperta dei meccanismi che regolavano la vita della più grande label gestita da un  afroamericano, Berry Gordy, mai esistita dove un team di bianchi e neri lavoravano a stretto contatto day by day per fornire tutto il Soul che l’America e il mondo avesse bisogno di ascoltare.

Un’altro libro da aggiungere alla collezione dei libri sul Soul e sulla Musica Nera, per scoprire oppure approfondire tutto quello che c’è da sapere sul Soul dell Motown di Detroit e sugli artisti e le persone che l’hanno resa grande.